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Tommaso Merlo

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Pubblicato il 07 gennaio 2017 alle 09.15 Comments commenti (1)

La bufala della competenza in politica e i 5 Stelle


Coloro che per decenni hanno votato in parlamento mafiosi, mignotte, soubrette, gente nemmeno passata da scuola, affaristi di ogni genere, casi psichici e compagnia bella, oggi si scagliano contro la Raggi e sulla presunta impreparazione a governare dei 5 Stelle. La solita ipocrisia autolesionista. La Raggi è un avvocato di Roma e ha fatto tre anni in Comune nei banchi dell’opposizione. Una persona più che qualificata. Eppure viene attaccata per mere ragioni politiche e nonostante chi l’abbia preceduta abbia abbandonato il comune di Roma ad una deriva mafiosa tale da infangare il nome dell’Italia intera. Quella della competenza politica è una bufala propagandistica. Le più grandi personalità politiche della storia mondiale non sono certo uscite da qualche prestigiosa università con qualche mega master di scienze politiche in tasca. Anche la militanza è stata spesso un optional. Avevano tale talento, punto e basta. Il resto lo hanno appreso strada facendo. Non esistono nemmeno scuole o corsi di laura per ricoprire la carica di sindaco o di Premier. E non avrebbero nemmeno senso trattandosi di ruoli politici. Il sindaco o il Premier determinano cioè l’indirizzo e le priorità generali della loro istituzione, ne stabiliscono l’agenda, sta poi alla macchina burocratica a loro disposizione implementare tali politiche. Il sindaco non è un tecnico, non è tenuto a conoscere i cavilli di ogni settore ma man mano si appoggia ai vari dipartimenti e funzionari preposti. Il comune di Roma ha oltre 20 mila dipendenti ognuno con le sue competenze specifiche, il ruolo del sindaco è quello di farli marciare nella giusta direzione. Gente come Rutelli o Alemanno – ex sindaci di Roma – erano ad esempio politici puri, non hanno lavorato un giorno in vita loro. Eppure nessuno ha mai messo in discussione la loro competenza, lo stesso avviene per i quasi 8.000 comuni italiani dove spesso vengono eletti cani e porci, senza nessun titolo o esperienza, ma con tutto il diritto di fare il sindaco essendo stati scelti dai cittadini. E spesso, lo fanno con decoro. In questa Italia marcia fino al midollo viene accusato di scarsa competenza un Movimento che ha alzato vertiginosamente la media scolastica in Parlamento, che ha introdotto temi e strumenti che la politica tradizionale non sapeva nemmeno esistessero. Che assegna i ruoli interni in base al curriculum e seleziona i collaboratori esterni con bandi pubblici in rete. Che i partiti in crisi cronica usino certa becera propaganda non sorprende, avvilisce vedere cittadini che ancora si bevono certe schifezze.

Tommaso Merlo

 

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Pubblicato il 05 gennaio 2017 alle 00.15 Comments commenti (0)

La fine del vecchio giornalismo italiano


Sì, costa parecchio e su internet è tutto gratis, e poi bisogna fermare la deforestazione dell’Amazonia. Ma c’è di più. I giornali tradizionali italiani soffrono della stessa malattia che affligge la politica: fette crescenti di popolazione li ripudiano. E lo fanno perché li ritengono corresponsabili del disastro italiano e non più credibili. Corresponsabili perché al servizio del potere invece che a guardia, non credibili perché se si è persa la fiducia nella politica figuriamoci di chi ne è succube. Zero assoluto. Un processo irreversibile dovuto al nuovo vento che soffia con crescente forza. Dopo decenni di abusi e violenze, anche il popolo italiano si sta emancipando culturalmente. Oggi non ha semplicemente più senso leggere giornali che ti rifilano una realtà filtrata da qualche linea politica. Quella dell’editore, quella della lobby di riferimento, quella del direttore di turno, poco importa. Il punto è che oggi il cittadino segue la propria di linea editoriale. È finito il tempo di qualche illuminato che dalle rinomate pagine di qualche giornalone indica la via e insegna le frasi fatte da ripetere al bar. Oggi siamo in un’era in cui il cittadino si sceglie le fonti da solo, si fa un’opinione propria e spesso la esprime e la confronta con gli altri. A chi di lavoro fa il giornalista, la gente chiede semplicemente standard di veridicità e obiettività assoluta, chiede di riportare i fatti come sono nella maniera più completa possibile (possibilmente allungando lo sguardo almeno al continente) e chiede assoluta indipendenza delle testate. Genuinità giornalistica. Al resto, a tirare le conclusioni, ognuno ci pensa da sé. Le infiltrazioni politiche, qualunque esse siano, sono diventate intollerabili. E basta comprare giornali che appartengono ad aree politiche nemiche per ottenere la controprova di quanto i principali giornali siano preconfezionati per servire linee editoriali decise a tavolino. Cosa che ha funzionato per decenni, che ha garantito ricche carriere ai super giornalisti de noialtri. E sono proprio loro, in sella da decenni, a rifiutarsi di accettare che i tempi sono cambiati. Che è tempo per loro di lasciare spazio a chi appartiene a questo paradigma politico e sociale. Ed è inutile che s’illudano, tornare indietro è impensabile. I pedigree politici, il perbenismo ammuffito, la faziosità sfacciata e quella viscida, i temi trattati coi guanti per non ferire i piani alti e quelli omessi, le campagne infamanti contro i nemici, le manipolazioni dei fatti scomodi e l’esaltazione di quelli comodi, il killeraggio e il leccaculaggio di qualche messia, santoni che salgono sui pulpiti guardano il mondo dall’alto, le stesse frasi fatte ripetute alla noia. E’ tutto parte di un giornalismo “politico” italiano che i cittadini hanno deciso di accantonare per sempre non comprando più i giornali. Non resta che attendere che anche i giornalisti lo capiscano e ne traggano le conseguenze.

Tommaso Merlo


 

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Pubblicato il 04 gennaio 2017 alle 09.15 Comments commenti (0)

Il problema Beppe


Il Movimento 5 Stelle supera il leaderismo, è l’opposto di una politica populista basata su un leader forte e un popolo di gente arrabbiata che pende dalle sue labbra sperando nelle sue doti straordinarie per risolvere i problemi. Il Movimento chiede al contrario al cittadino di partecipare, di informarsi e poi di fare la propria parte. Propone il turnover degli eletti e li relega a quello che sono: cittadini comuni temporaneamente al servizio della propria comunità. Tutto giusto e sacrosanto. Una vera rivoluzione culturale e politica. Il problema è che “il resto del mondo” non l’ha superato il leaderismo, anzi, sembra sia tornato di moda. Basta guardare Trump e il successo di Putin e dei loro imitatori in giro per il mondo. Per questo, all’estero e in parte anche in Italia, Grillo è visto come il leader del Movimento. Un capo politico come tanti altri, un po' stravagante e a volte “populista” nel senso che parla in modo diretto e si schiera contro l’establishment, ma sempre un capo partito. E molti hanno paura di affidarsi ad un “leader” che ritengono pericoloso come Premier, oppure perché ritengono potrebbe incidere sulla democrazia da fuori, da non eletto, da dietro le quinte. Ipotesi assurde ma se la rivoluzione a 5 stelle vuole davvero conquistare Roma e un domani espandersi in Europa come io spero, allora sono aspetti che vanno considerati. La soluzione è molto semplice e in parte era già avvenuta in passato: Beppe Grillo deve fare un passo indietro. Va bene il ruolo di garante, va bene se interviene quando necessario come paciere o mediatore come a Roma, va bene se ha lo spazio che merita ai comizi, va bene il suo lavoro di visionario sul blog, ma se in prima persona si mette a fare battaglie politiche come quella sui giornali (a prescindere che Grillo ha perfettamente ragione sulla stampa italiana), lui ridiventa il capo partito, il leader politico e così facendo il Movimento ridiventa un partito come tutti gli altri per il “resto del mondo”. Il Movimento potrebbe anche decidere di fregarsene del “resto del mondo” ma questo potrebbe compromettere la rivoluzione a 5 stelle, e quel 30% potrebbe stabilizzarsi o col tempo calare e il Movimento, anche qui, diventare un partito tra i tanti in perenne isolamento. Se invece il Movimento ritiene la sua rivoluzione universale, allora non può permettersi certe contraddizioni. Se vuole davvero superare il leaderismo a favore di una democrazia più diretta e partecipata, che lo faccia davvero. Se vuole davvero proporre un nuovo “contratto sociale” per dirla alla Rousseau, allora lo deve rispettare anche Beppe.

Tommaso Merlo

 

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Pubblicato il 03 gennaio 2017 alle 10.45 Comments commenti (0)

Basta immigrazione selvaggia


 

L’immigrazione di massa illegale va fermata e i clandestini che non provengono da paesi in guerra (gran parte dei paesi africani) devono essere rimpatriati prima che la situazione degeneri. Meglio per noi, meglio per loro. Per noi che non siamo in grado di accoglierli, con cinque milioni d’italiani sotto la soglia di povertà e molto di più al limite, altissimi tassi di disoccupazione, un debito pubblico abnorme che mette a rischio i servizi essenziali per chi paga le tasse, carenza d’infrastrutture per gli indigenti, una cultura non pronta, una crisi di sistema in corso. L’arrivo in massa d’immigrati illegali è ingestibile e rischia di scatenare una guerra tra poveri incontenibile e rivolte sociali incontrollabili. L’immigrazione è un fenomeno inarrestabile, storico, quello che si può fare è contenere l’immigrazione selvaggia di massa. Giovani - soprattutto africani - che per svoltare attraversano il deserto e salgono su un barcone fregandosene delle regole come tentassero la lotteria e se ne fregano delle stesse regole che deve rispettare chi va nei loro paesi. E soprattutto, giovani che scappando privano il loro paese di braccia e teste fondamentali per rialzarsi. Già, l’immigrazione clandestina fa male anche a loro, ai singoli immigrati e ai paesi da dove provengono. Che senso ha scappare da una baraccopoli in Africa per finire in un’altra in Europa? Che senso ha scappare dalle piantagioni di banane per finire in una di pomodori? Se scappano tutti, poi, e spesso scappano i migliori - quelli con più forza e ambizioni - chi farà uscire i loro paesi dalla miseria? Chi sconfiggerà i dittatori e lavorerà per creare sviluppo economico? Il mondo ricco non ha raccolto la sua ricchezza sugli alberi, essa è frutto di secoli di guerre, battaglia politiche e generazioni che hanno lavorato e creato. Non ci sono soluzioni magiche e se l’Africa vuole la democrazia liberale e il benessere se li deve conquistare. E per farlo l’unico modo è che i giovani restino nei loro paesi a lottare, a rimboccarsi le maniche invece di scappare cercando un’egoistica scorciatoia. L’Africa ha immense potenzialità di sviluppo. Fuggire in massa verso una Europa intasata e in crisi cronica a fare i servi, è un suicidio per i popoli africani e per l’intero continente. I milioni d’immigrati italiani del secolo scorso, prima di tutto facevano il visto, poi salpavano verso paesi immensi, piene di terre incolte o dove c’era spazio e addirittura bisogno di loro (nei campi o nelle fabbriche). Gli africani che arrivano in Europa oggi lo fanno in modo illegale e senza che ci sia nessun bisogno o spazio per loro. Anzi, le popolazioni europee e le istituzioni, non li vogliono. E non per una questione di razzismo, ma di oggettiva impossibilità a gestire tali masse in questa fase storica. Mentre a casa loro, in Africa, c’è un bisogno dannato di loro, ci sono praterie da conquistare e secoli da recuperare in termini di sviluppo politico-istituzionale ed economico. Noi dobbiamo – anche per il loro bene – fermare l’esodo e aiutarli finalmente in modo serio e sostanziale nei loro paesi. Basta elemosina e progettini per lavarsi la coscienza. La cooperazione allo sviluppo è un settore strategico, chissà che grazie all’immigrazione clandestina di massa non lo si capisca davvero in Europa. Cooperare, aiutare l’Africa a risollevarsi. È meglio per noi, è meglio per loro.

Tommaso Merlo



 

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Pubblicato il 29 dicembre 2016 alle 06.10 Comments commenti (0)

La Raggi, la porcilaia e i cittadini romani


Anche se la Raggi non facesse nulla di speciale come sindaco, la sua sola presenza in Campidoglio è già una rivoluzione. Grazie a lei si arresta l’emorragia di soldi pubblici frutto della corruzione che ha devastato la capitale negli ultimi decenni. Ristabilire legalità e trasparenza in una porcilaia, è già un’impresa storica. Per andare oltre, e governare Roma come qualsiasi altra città, ci vuole tempo perché coloro che l’hanno distrutta – Pd e destre – sono ancora tutti lì e remano contro. E con loro la cultura politico mafiosa che li anima. Gli elettori li hanno ritenuti responsabili del disastro e li hanno cacciati, ma Pd e destre romane hanno perso perfino il senso del ridicolo, e oggi alzano la voce e non danno tempo al nuovo sindaco di lavorare. Si scagliano quotidianamente contro la Raggi col supporto di giornali e televisioni di sistema. Un accanimento violento a conferma che la posta politica in gioco è nazionale: il vecchio sistema deve dimostrare – possibilmente prima delle elezioni – che il Movimento 5 Stelle non sa governare e che non ci sono alternative ai partiti tradizionali. Una strategia politica che si basa su un concetto di fondo: i cittadini sono dei poveracci. E cioè creduloni e manipolabili dai media, senza memoria storica e incapaci di interpretare la vita della propria città e guardare avanti. Pd, destre e media ignorano che i cittadini si sono evoluti e potrebbero essere proprio loro la risorsa vincente per la Raggi. Il Movimento 5 Stelle, del resto, non chiede il voto e basta, chiede di rimboccarsi le maniche e partecipare, chiede di fare la propria parte anche nelle piccole cose. Se i milioni di cittadini romani che hanno votato la Raggi decidessero di fare qualcosa di concreto per la propria città, Roma potrebbe risorgere. E questo nonostante burocrati, politicanti e giornalisti alfieri del passato, vogliano boicottare la volontà popolare. E non vedano l’ora di tornare a sguazzare nei soliti rassicuranti liquami.

Tommaso Merlo

 


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