Tommaso Merlo   

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Pubblicato il 19 gennaio 2018 alle 07.05 Comments commenti (0)

Aiutiamoli davvero a casa loro …


Grazie all’immigrazione clandestina di massa forse è la volta buona che l’Occidente comprenda davvero quanto la cooperazione internazionale allo sviluppo sia strategica. Se il mondo non fosse drammaticamente spaccato in due tra ricchi e poveri, i migranti starebbero a casa loro. Adesso che i poveri gironzolano davanti al naso dei “ricchi” forse si capirà come donare ai paesi poveri non significhi fare carità ma investire anche nel proprio di futuro. La politica si riempie la bocca da decenni con lo slogan “aiutiamoli a casa loro” ma l’Italia non rispetta neanche gli accordi internazionali sulla percentuale del PIL da donare, lo 0,7%. L’Italia spende lo 0,21%, neanche un terzo contro l’1,36% della Svezia o lo 0,49% della Germania. Ma non è solo un problema di quantità di soldi. Conta dove vengono spesi. Visto la crisi in corso dovrebbero essere spesi solo nei paesi da dove provengono i migranti eppure oggi tra i paesi prioritari della Cooperazione Italiana ci sono paesi come la Bolivia, El Salvador, Cuba, il Myanmar, la Giordania, il Mozambico e altri. Una inutile dispersione che riduce l’impatto degli scarsi fondi investiti. Oggi non ci possiamo permettere di usare la cooperazione per promuovere l’immagine degli “italiani brava gente” e magari qualche prodotto Made in Italy come in passato. Tutti i poveri del mondo hanno pari dignità e diritti ma non possiamo farci carico del mondo intero, le nostre esigue forze devono essere concentrate nei paesi subsahariani e nordafricani da dove arriva il maggiore flusso di migranti. Si tratta di soldi pubblici dopotutto e il ritorno dell’investimento deve essere massimo per chi ci mette i soldi e cioè i cittadini. C’è poi un problema politico più ampio. Oggi la Comunità Europea fa cooperazione internazionale con le sue delegazioni all’estero e dipartimenti come ECHO, una cooperazione spesso all’avanguardia ma ad essa si sovrappone quella delle decine di cooperazioni nazionali. Nei vari paesi beneficiari si finisce per pestarsi i piedi e non riuscire ad avere una strategia comune per rilanciare lo sviluppo economico. La presenza di decine di agenzie nazionali è poi una enorme spreco di soldi: uffici, personale, mezzi che sottraggono risorse ai beneficiari. La percentuale di soldi spesi che arriva davvero ai poveri è spesso imbarazzante. L’Italia dovrebbe promuovere - almeno nella cooperazione internazionale - una vera Unione Europea in modo da intervenire nei singoli paesi poveri unendo le esperienze e le competenze nazionali e soprattutto farlo con un budget significativo. Se le bizze nazionalistiche impediranno all’Europa di unirsi, allora ogni paese europeo dovrebbe adottare un’area strategica precisa, uno o due paesi poveri al massimo. Dare delle mancette a destra e sinistra non serve, per mettere in moto l’economia nei paesi poveri serve una massa critica importante, si tratta spesso di partire dalle basi, dall’acqua potabile, dall’elettricità, dalle strade, da ospedali e scuole ma per avere un impatto reale su un paese intero, bisogna passare dagli spiccioli che vengono spesi oggi ai soldi veri. Dal sostenere una singola municipalità all’intero territorio nazionale. L’unione e il coordinamento delle forze europee permetterebbe alla cooperazione anche di avere un impatto politico maggiore, spesso i paesi poveri sono vittime di regimi indegni a volte sostenuti dalle multinazionali che strappano contratti d’appalto anche per lo sfruttamento delle risorse del territorio. Solo una presenza politica e finanziaria superiore ai malconci regimi che reggono molti paesi africani può riuscire a mettere in moto anche processi di sviluppo democratico e fermare il vortice della corruzione dilagante e delle continue guerre intestine per il potere. Quando ho iniziato a lavorarci nel 1999, la cooperazione internazionale era ancora terra di idealisti e pionieri, abbiamo lavorato per anni in prima linea ignorati e spesso derisi. E quelli che oggi strillano di più rispolverando perfino il razzismo sono sempre stati quelli che se ne sono fregati di più. Il loro “aiutiamoli a casa loro” è sempre stato più un ipocrita “andatevene via da casa nostra”, un fregarsene. Per questo non bisogna fidarsi dei soliti imbonitori da quattro soldi. Quella è la gente che sparava sui barconi e voleva innalzare muri e fili spinati. Gente che usa la paura per raccattare voti ma non ha mai mosso un dito per affrontare i problemi. Altro che razzismo, grazie alla rivolta dei poveri del mondo che hanno deciso di salire su un barcone, forse si inizierà ad aiutarli davvero a casa loro e forse i popoli europei cominceranno finalmente a lavorare insieme per costruire un mondo più equo e giusto.

Tommaso Merlo


 

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Pubblicato il 18 gennaio 2018 alle 11.05 Comments commenti (0)

Sti benedetti ….

Il patron di La Repubblica esce allo scoperto e non certo per caso. Certi uomini per caso non fanno nulla. Vedendolo seduto al tavolo della Gruber, De Benedetti sembra un giocatore di poker, schiena in avanti, gomiti appoggiati sul tavolo, è teso, pronto a rilanciare, a bleffare. Si è preparato e si vede, le ovvie domande sullo scandalo di Insider-Renzi le glissa con agilità: “mai visto né sentito nulla, tutto falso”. Le intercettazioni lo inchiodano brutalmente ma lui nega come un candido ragazzino e chiede nuove carte. Si vede l’esperienza di una vita spesa a sguazzare nei piani alti, nell’olimpo dei ricchi e dei potenti. Solo l’età avanzata smaschera i rilanci troppo azzardati, il labbro inferiore pende, il verbo gli sfugge ed arranca a tenere i ritmi del gioco. “A che titolo i rapporti con Renzi?”, domande ingenue. De Benedetti rivela di far colazione con il gotha politico mondiale da sempre. Pare che da Clinton a Schröder abbiano fatto a gara per intrattenersi con lui e questo per lo scontato motivo che il signor De Benedetti da Torino ne vale la pena. Già, spessore morale, bagaglio culturale e profondità di pensiero, una caratura degna dei capi di Stato. Chi meglio di lui per rappresentare il Belpaese nello scibile. I suoi soldi non c’entrano nulla, la sua sete di potere neppure, i suoi giornali ancora meno. Si gioca e il tavolo da poker lo smentisce mestamente, la sua persona lo smentisce. La sensazione è di un vecchio giocatore che se non avesse dedicato la vita intera ad accumulare soldi e potere sarebbe seduto al tavolo della sua cucina con una bottiglia di barbera davanti. Le carte girano e “il benedetto” dice che Scalfari è cotto e ingrato, Calabresi non ha gli attributi e Renzi ha deluso. Ci voleva lui per capirlo, davvero un illuminato. Dice che l’amore per La Repubblica gli è costato un botto di soldi e su questo c’è da credergli visto l’esodo biblico dei suoi lettori. Si dimentica però di dire che è grazie alle centinaia di giornalisti a busta paga che ha tenuto per decenni una certa politica per le palle - a sua insaputa ovviamente – ed ha assunto una dimensione politica. Di ricchi sfondati ce n’è in giro tanti, che prendono cappuccino e cornetto coi premier meno, che si vantano che leggi come il Jobs Act siano “roba loro” ancora meno. Mani rapide e incolori poi un lampo di luce. “il benedetto” dice che dopo quindici anni di guerra e silenzi ha ricevuto una recente telefonata da Berlusconi, il suo nemico storico. Silvio gli ha sgraffignato la Mondadori corrompendo i giudici. Bella gente, bei tempi. De Bendetti dice che ha messo giù il telefono perché lui non fa politica. Già, mai fatta. Poi tocca a Di Maio. “L’avete visto il suo curriculum?”, roba da non credere. Già, rispetto a quelli dei “benedetti italioti” roba da non credere davvero. L’Italia è devastata dalla cattiva politica, dettagli. Di Maio senza soldi e potere è un pulcino, il Movimento 5 Stelle senza intrighi e giornali è un controsenso. Bla, bla, bla. Girano le solite carte, prevale la noia e la piacevole sensazione che ben presto the game will be over.

Tommaso Merlo

 

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Pubblicato il 17 gennaio 2018 alle 06.05 Comments commenti (0)

La razza Salvini e l’uomo nero


L’anno scorso sono scappati dall’Italia 250 mila italiani di “razza pura” mentre sono sbarcati nel Belpaese solo 120 mila immigrati e tra loro molti hanno pensato bene di riprendere il viaggio verso altri paesi Europei. Tra i 5,4 milioni di stranieri presenti oggi in Italia, la maggioranza sono di “razza bianca”, sono rumeni, albanesi, ucraini, moldavi e pure cinesi che però forse per la Lega sono di “razza gialla”. Su questo punto Salvini dovrebbe specificare, conta solo il colore della pelle? Russi e slavi passano? E che si fa con i sangue misti? Attendiamo una nuova legge razziale per fare chiarezza. Nel frattempo, che il fenomeno dell’immigrazione clandestina di massa sia un problema serio, che i flussi vadano controllati e coloro che non hanno diritto vadano rimpatriati, non lo nega nessuno. Ma sfruttare biecamente l’emergenza a fini politici, è da sciacalli. Una vera specialità della Lega che riuscì ad arrivare a Roma a furia di prendersela coi “terroni” salvo poi dimenticarseli ed occuparsi di diamanti e motoscafi. Bossi è ancora in giro per tribunali mentre di Indipendenza della Padania non ne parlano nemmeno più a Pontida e in Italia non abbiamo l’ombra neanche del federalismo. Per risalire dagli zero virgola in cui erano crollati, Salvini ha rispolverato lo stesso schema razzista questa volta prendendosela con l’uomo nero. Con la perla di passare dall’antifascismo e anti centralismo bossiano, al neo fascismo nazionale. Del resto i negri li detestano anche molti meridionali - ha pensato Salvini - e di fascisti orfani in giro ve ne sono ancora e gli schizzinosi rimangono fuori dal Palazzo. Sfruttare paura, rabbia ed ignoranza nei momenti di crisi garantisce voti ma è proprio la storia della Lega a dimostrare che non serve a nulla. Per risolvere i problemi complessi come quello dell’immigrazione clandestina serve collegialità, lucidità, lungimiranza, credibilità internazionale, tutte caratteristiche che la Lega di Salvini non avrà mai. Se bastasse dar retta alle urla di qualche imbonitore politico per risolvere i problemi, l’Italia sarebbe un paradiso in Terra. Se poi quell’imbonitore è considerato un razzista e un fascista sia in Italia che all’estero, ancora peggio. Si finisce solo per rimanere isolati e quindi impotenti rispetto a problemi che vanno oltre i nostri confini. Con gli isterici estremismi di Salvini finirebbe tutto in cagnara in attesa del prossimo salto della quaglia leghista. Fino a ieri Salvini tuonava contro Berlusconi e starnazzava sulla necessità di un profondo rinnovamento politico, oggi si candida a prendere il posto di Alfano prima maniera come cameriere di corte. Un meschino opportunismo da politico della peggiore razza. Altro che uomo nero.

Tommaso Merlo


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Pubblicato il 16 gennaio 2018 alle 05.25 Comments commenti (0)

Caro astensionista …


Nessun popolo occidentale è stato abusato dalla mala politica come quello italiano. È incredibile la quantità di scandali e disastri accumulati dalle classi dirigenti negli ultimi decenni. Un tradimento doloroso e continuo. Invece di aiutare i cittadini a risolvere i problemi, la politica in Italia è sempre stata il problema più grave. Sono quindi del tutto comprensibili le alte percentuali di astensionismo. Un ladro bugiardo, rosso o nero che sia, sempre quello rimane e non ha senso scegliere da chi farsi derubare o prendere in giro. Meglio girare le spalle come estrema reazione di difesa e di offesa. Gli astensionisti che hanno perso fiducia nella democrazia sono difficilmente recuperabili, bisognerà sperare nei loro figli. Ma per coloro che hanno perso solo fiducia nella politica, nei partiti, si presenta una occasione storica il 4 marzo. Per la prima volta dopo decenni si è aperta una reale finestra di cambiamento. Dopo decenni in cui nelle urne ci propinavano finte alternative o partiti pseudo innovatori ma senza nessuna possibilità di vincere, oggi il Movimento 5 Stelle potrebbe farcela. Una grande occasione per cambiare davvero. Il Movimento è tante cose ma prima tutto è una rivoluzione culturale. Questo gli astensionisti lo devono capire. Il Movimento si propone di cambiare il modo in cui si fa politica: basta coi professionisti del malaffare, basta coi cartelli elettorali di qualche lobby o barone, basta con le paturnie egoarche di qualche mediocre, basta all’arroganza dei poteri occulti criminali, basta con patetici rigurgiti ideologici, del resto la loro occasione l’hanno avuta e l’hanno sprecata, è tempo che i cittadini traditi facciano da soli entrando nelle istituzioni, è tempo che i cittadini abusati si rimbocchino le maniche. Il cuore del problema astensionista è la credibilità e le parole non servono a nulla. Non servono più. Per questo il Movimento ha fatto l’unica cosa possibile: i fatti. Ha deciso che siano i portavoce a fare dei sacrifici concreti in prima persona ad esempio tagliandosi gli stipendi e rinunciando ai rimborsi elettorali e coloro che hanno già fatto due mandati stanno tornando a casa. I portavoce a 5 Stelle hanno introdotto standard di trasparenza, di legalità, di comportamento nelle istituzioni che erano sconosciuti al marciume politico italiano e che dovranno divenire patrimonio collettivo. Onestà, trasparenza, disinteresse, ricambio, coerenza verso gli elettori, politica come servizio verso gli altri, sono valori fondanti di una democrazia moderna, sono cultura di fondo, sono le basi comuni su cui poi sviluppare le diverse idee. La priorità di oggi é risanare la democrazia, solo dopo potremo ricominciare a svolazzare coi distinguo. La priorità di oggi è ripulire le istituzioni, liberarci dalla corruzione, dalle caste, dalla politica come business, dai conflitti d’interesse, dalle criminalità, dalla prigionia di stampa, dall’arrivismo spregiudicato e da tutte quelle storture che ci inchiodano in questo sempiterno letamaio. Il Movimento mira quindi a risanare le ragioni profonde per cui milioni di cittadini hanno deciso di astenersi. Questo va capito, questo va spiegato. Il 4 marzo non si sceglie tra partiti e coalizioni, non si sceglie tra i soliti leader di cartone, ma si sceglie tra passato e futuro, tra vecchio e nuovo, tra coloro che hanno deturpato l’Italia e cittadini che non si vogliono rassegnare e si mettono a disposizione per ricostruire la nostra democrazia.

Tommaso Merlo

http://tommasomerlo.ilcannocchiale.it/


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Pubblicato il 16 gennaio 2018 alle 05.25 Comments commenti (0)

L’inferno di Silvio


Inferno e paradiso sono qui, su questa terra, e i conti si pagano prima di congedarsi. L’inferno di Silvio Berlusconi sta divampando in tutta la sua ferocia in queste settimane di campagna elettorale. Visibilmente segnato dall’età sia nel corpo che nelle sue capacità intellettive, Berlusconi – cacciato dalle istituzioni per l’infamante condanna da evasore – è costretto alla sua età ad umiliarsi pubblicamente candidandosi lo stesso. È talmente disperato che a 81 anni è costretto a fare campagna elettorale anche se ineleggibile, anche se interdetto dai pubblici uffici. Come un vecchio barbone rigettato dallo Stato che fuori dalla porta, in ginocchio, supplica di lasciarlo rientrare. Quale mortificazione peggiore per un uomo che lo Stato lo ha sempre disprezzato per raccattare voti ed ingannato evadendo milioni di Euro di tasse e scendendo a patti con la mafia, quale mortificazione peggiore per un ricco ultraottantenne che essere costretto a prostituirsi pubblicamente di nuovo per strappare un misero scranno che legalmente non gli spetta. Strategie per far pressioni su Strasburgo, ma la sostanza non cambia. Questa patetica ricandidatura di Berlusconi è la tragica ammissione del devastante fallimento della sua vita. Berlusconi è entrato in politica nel 1994 per sfuggire ai processi e salvare le sue aziende, nel 2017 si trova nella stessa identica situazione. Un quarto di secolo buttato nel cesso. Decenni spesi a usare la politica a fini personali, milioni di Euro spesi in avvocati, decine di processi, miliardi di parole spese a vanvera e alla fine Berlusconi è punto e a capo, è costretto ad esporsi di nuovo alla sua età agli sputi e agli insulti di milioni di persone pur di riuscire a scappare dalla galera e proteggere Mediaset. Milioni di persone che da qui al 4 marzo gli ricorderanno fino alla noia i danni devastanti alla democrazia che ha compiuto e il disastro morale ed economico in cui ha ridotto l’Italia da Presidente. Milioni di persone che gli sbatteranno sotto il naso la verità. Questa è la vera condanna infernale di Berlusconi. A 81 anni potrebbe rimanere a dormicchiare sul divano con le pantofole e lasciare che la demenza senile galoppante lo aiuti ad autoconvincersi di essere stato un grande statista ospitando di tanto in tanto qualche leccapiedi con cui sorseggiare una tisana e magari nipoti bramosi di una fetta di regno. Berlusconi potrebbe godersi gli ultimi anni lasciando che il marasma cerebrale coccoli il suo ego perverso. E invece no. Deve rispondere di aver corrotto delle mignotte dell’età dei suoi nipoti per mentire ai processi. Deve difendersi dalle accuse dei pentiti di mafia che lo indicano come mandante delle stragi del 1993. Deve continuare a usare la politica per proteggere gli interessi della sua azienda ma soprattutto, Berlusconi deve reagire ad un Movimento di milioni di italiani, quello a 5 Stelle, che non ha nessuna intenzione di scendere a patti con lui come ha fatto il Pd, lo tratta apertamente per quello che è ed ha intenzione di risolvere finalmente l’abnorme conflitto di interessi con cui Berlusconi inquina da decenni l’Italia. Difficile immaginare inferno peggiore e più meritato.

Tommaso Merlo


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Pubblicato il 16 gennaio 2018 alle 05.15 Comments commenti (0)

Renzi, De Benedetti e la nuova schiavitù

Renzi si è bruciato in pochi anni non certo solo per il suo caratteraccio. Oltre alla sua cinica arroganza ci sono ragioni di sostanza politica. Il recente scandalo di inside trading ce lo dimostra. De Benedetti racconta che fu l’allora sindaco di Firenze a volerlo conoscere per “chiedere pareri”, una collaborazione cresciuta al punto che i due condividevano regolari breakfast a Palazzo Chigi. Renzi, cioè, fin da quando era sindaco, per emergere, si fece amici i potenti, i ricchi e in seguito ha governato a braccetto con loro. Mentre girava l’Italia nei teatri a parlare di rottamazione e rinnovamento, cercava la sponda dei baroni che reggono l’Italia dietro le quinte da sempre. Se li fece amici, ottenne il loro appoggio offrendo ed ottenendo ovviamente garanzie e contropartite (lo stoico servilismo di la Repubblica ha finalmente un perché. Una costante nella carriera di Renzi, dalla visita ad Arcore a Berlusconi, alle passeggiate con Marchionne fino al brindisi con Jeff Bezos di Amazon. L’azione politica di Renzi è sempre partita dalla testa del pesce (anche se è quella che puzza di più ed è sempre andato in giro a raccontare l’opposto, che lui e il suo Pd riformavano l’Italia nell’interesse nostro. Altro che storytelling qui siamo al meschino doppio gioco, ad un bluff di dimensioni storiche. Renzi, presunto uomo di sinistra, come prima cosa si è sempre inginocchiato davanti ai padroni, ha sempre prima intrallazzato con loro senza neanche passare dai cancelli e dalle officine, senza mai sporcarsi le mani e la camicia ma limitandosi a raccontare balle ai quattro venti in televisione a cose fatte. È lo stesso De Benedetti ad ammetterlo quando dice addirittura “il Jobs Act gliel’ho suggerito io”. E cioè, per riformare il lavoro - storicamente il cuore della politica di centrosinistra – Renzi non ha consultato operai, impiegati, disoccupati e precari, no, non ha perso tempo col popolo, ma lo ha concepito a colazione con un magnate miliardario, un capitalista di vecchio corso invischiato nell’editoria e nella finanza da quando Renzi andava ancora ai lupetti. Un triplo tradimento. Quello della rottamazione, quello del mondo di sinistra e quello di una democrazia degna di essere definita tale. È inaccettabile che aspetti così cruciali della vita delle persone come il lavoro siano state anche solo influenzate da gente come De Benedetti senza nessun titolo, senza nessuna legittimità ad aprire bocca e soprattutto lontano anni luce dai poveri cristi che per due Euro ogni giorno cercano di tirare avanti. Una scena aberrante. Un vecchio miliardario e il suo sodale politico che a colazione reintroducono la schiavitù in Italia. Quante altre decisioni del governo Renzi sono state prese dietro le quinte da qualche potere occulto? E da quali? Banche? Massoneria? Lobby delle armi o dei medicinali o del petrolio? Che Renzi abbia fatto guadagnare a De Benedetti 600 mila Euro in un giorno spifferandogli in esclusiva dell’imminente decreto sulle banche popolari, è il meno. Monetine per De Benedetti. Lo scandalo è soprattutto politico e spiega sia l’ascesa fulminea di Renzi, sia la sua prematura e misera fine. Renzi è stato la faccia nuova di un sistema di potere vecchio e marcio, lo stesso che ha sfasciato l’Italia e oggi cocciutamente tenta di rimanere a galla per continuare a fare i propri porci comodi.

Tommaso Merlo

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Pubblicato il 07 gennaio 2017 alle 09.15 Comments commenti (1)

La bufala della competenza in politica e i 5 Stelle


Coloro che per decenni hanno votato in parlamento mafiosi, mignotte, soubrette, gente nemmeno passata da scuola, affaristi di ogni genere, casi psichici e compagnia bella, oggi si scagliano contro la Raggi e sulla presunta impreparazione a governare dei 5 Stelle. La solita ipocrisia autolesionista. La Raggi è un avvocato di Roma e ha fatto tre anni in Comune nei banchi dell’opposizione. Una persona più che qualificata. Eppure viene attaccata per mere ragioni politiche e nonostante chi l’abbia preceduta abbia abbandonato il comune di Roma ad una deriva mafiosa tale da infangare il nome dell’Italia intera. Quella della competenza politica è una bufala propagandistica. Le più grandi personalità politiche della storia mondiale non sono certo uscite da qualche prestigiosa università con qualche mega master di scienze politiche in tasca. Anche la militanza è stata spesso un optional. Avevano tale talento, punto e basta. Il resto lo hanno appreso strada facendo. Non esistono nemmeno scuole o corsi di laura per ricoprire la carica di sindaco o di Premier. E non avrebbero nemmeno senso trattandosi di ruoli politici. Il sindaco o il Premier determinano cioè l’indirizzo e le priorità generali della loro istituzione, ne stabiliscono l’agenda, sta poi alla macchina burocratica a loro disposizione implementare tali politiche. Il sindaco non è un tecnico, non è tenuto a conoscere i cavilli di ogni settore ma man mano si appoggia ai vari dipartimenti e funzionari preposti. Il comune di Roma ha oltre 20 mila dipendenti ognuno con le sue competenze specifiche, il ruolo del sindaco è quello di farli marciare nella giusta direzione. Gente come Rutelli o Alemanno – ex sindaci di Roma – erano ad esempio politici puri, non hanno lavorato un giorno in vita loro. Eppure nessuno ha mai messo in discussione la loro competenza, lo stesso avviene per i quasi 8.000 comuni italiani dove spesso vengono eletti cani e porci, senza nessun titolo o esperienza, ma con tutto il diritto di fare il sindaco essendo stati scelti dai cittadini. E spesso, lo fanno con decoro. In questa Italia marcia fino al midollo viene accusato di scarsa competenza un Movimento che ha alzato vertiginosamente la media scolastica in Parlamento, che ha introdotto temi e strumenti che la politica tradizionale non sapeva nemmeno esistessero. Che assegna i ruoli interni in base al curriculum e seleziona i collaboratori esterni con bandi pubblici in rete. Che i partiti in crisi cronica usino certa becera propaganda non sorprende, avvilisce vedere cittadini che ancora si bevono certe schifezze.

Tommaso Merlo

 

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Pubblicato il 05 gennaio 2017 alle 00.15 Comments commenti (0)

La fine del vecchio giornalismo italiano


Sì, costa parecchio e su internet è tutto gratis, e poi bisogna fermare la deforestazione dell’Amazonia. Ma c’è di più. I giornali tradizionali italiani soffrono della stessa malattia che affligge la politica: fette crescenti di popolazione li ripudiano. E lo fanno perché li ritengono corresponsabili del disastro italiano e non più credibili. Corresponsabili perché al servizio del potere invece che a guardia, non credibili perché se si è persa la fiducia nella politica figuriamoci di chi ne è succube. Zero assoluto. Un processo irreversibile dovuto al nuovo vento che soffia con crescente forza. Dopo decenni di abusi e violenze, anche il popolo italiano si sta emancipando culturalmente. Oggi non ha semplicemente più senso leggere giornali che ti rifilano una realtà filtrata da qualche linea politica. Quella dell’editore, quella della lobby di riferimento, quella del direttore di turno, poco importa. Il punto è che oggi il cittadino segue la propria di linea editoriale. È finito il tempo di qualche illuminato che dalle rinomate pagine di qualche giornalone indica la via e insegna le frasi fatte da ripetere al bar. Oggi siamo in un’era in cui il cittadino si sceglie le fonti da solo, si fa un’opinione propria e spesso la esprime e la confronta con gli altri. A chi di lavoro fa il giornalista, la gente chiede semplicemente standard di veridicità e obiettività assoluta, chiede di riportare i fatti come sono nella maniera più completa possibile (possibilmente allungando lo sguardo almeno al continente) e chiede assoluta indipendenza delle testate. Genuinità giornalistica. Al resto, a tirare le conclusioni, ognuno ci pensa da sé. Le infiltrazioni politiche, qualunque esse siano, sono diventate intollerabili. E basta comprare giornali che appartengono ad aree politiche nemiche per ottenere la controprova di quanto i principali giornali siano preconfezionati per servire linee editoriali decise a tavolino. Cosa che ha funzionato per decenni, che ha garantito ricche carriere ai super giornalisti de noialtri. E sono proprio loro, in sella da decenni, a rifiutarsi di accettare che i tempi sono cambiati. Che è tempo per loro di lasciare spazio a chi appartiene a questo paradigma politico e sociale. Ed è inutile che s’illudano, tornare indietro è impensabile. I pedigree politici, il perbenismo ammuffito, la faziosità sfacciata e quella viscida, i temi trattati coi guanti per non ferire i piani alti e quelli omessi, le campagne infamanti contro i nemici, le manipolazioni dei fatti scomodi e l’esaltazione di quelli comodi, il killeraggio e il leccaculaggio di qualche messia, santoni che salgono sui pulpiti guardano il mondo dall’alto, le stesse frasi fatte ripetute alla noia. E’ tutto parte di un giornalismo “politico” italiano che i cittadini hanno deciso di accantonare per sempre non comprando più i giornali. Non resta che attendere che anche i giornalisti lo capiscano e ne traggano le conseguenze.

Tommaso Merlo


 

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Pubblicato il 03 gennaio 2017 alle 10.45 Comments commenti (0)

Basta immigrazione selvaggia


 

L’immigrazione di massa illegale va fermata e i clandestini che non provengono da paesi in guerra (gran parte dei paesi africani) devono essere rimpatriati prima che la situazione degeneri. Meglio per noi, meglio per loro. Per noi che non siamo in grado di accoglierli, con cinque milioni d’italiani sotto la soglia di povertà e molto di più al limite, altissimi tassi di disoccupazione, un debito pubblico abnorme che mette a rischio i servizi essenziali per chi paga le tasse, carenza d’infrastrutture per gli indigenti, una cultura non pronta, una crisi di sistema in corso. L’arrivo in massa d’immigrati illegali è ingestibile e rischia di scatenare una guerra tra poveri incontenibile e rivolte sociali incontrollabili. L’immigrazione è un fenomeno inarrestabile, storico, quello che si può fare è contenere l’immigrazione selvaggia di massa. Giovani - soprattutto africani - che per svoltare attraversano il deserto e salgono su un barcone fregandosene delle regole come tentassero la lotteria e se ne fregano delle stesse regole che deve rispettare chi va nei loro paesi. E soprattutto, giovani che scappando privano il loro paese di braccia e teste fondamentali per rialzarsi. Già, l’immigrazione clandestina fa male anche a loro, ai singoli immigrati e ai paesi da dove provengono. Che senso ha scappare da una baraccopoli in Africa per finire in un’altra in Europa? Che senso ha scappare dalle piantagioni di banane per finire in una di pomodori? Se scappano tutti, poi, e spesso scappano i migliori - quelli con più forza e ambizioni - chi farà uscire i loro paesi dalla miseria? Chi sconfiggerà i dittatori e lavorerà per creare sviluppo economico? Il mondo ricco non ha raccolto la sua ricchezza sugli alberi, essa è frutto di secoli di guerre, battaglia politiche e generazioni che hanno lavorato e creato. Non ci sono soluzioni magiche e se l’Africa vuole la democrazia liberale e il benessere se li deve conquistare. E per farlo l’unico modo è che i giovani restino nei loro paesi a lottare, a rimboccarsi le maniche invece di scappare cercando un’egoistica scorciatoia. L’Africa ha immense potenzialità di sviluppo. Fuggire in massa verso una Europa intasata e in crisi cronica a fare i servi, è un suicidio per i popoli africani e per l’intero continente. I milioni d’immigrati italiani del secolo scorso, prima di tutto facevano il visto, poi salpavano verso paesi immensi, piene di terre incolte o dove c’era spazio e addirittura bisogno di loro (nei campi o nelle fabbriche). Gli africani che arrivano in Europa oggi lo fanno in modo illegale e senza che ci sia nessun bisogno o spazio per loro. Anzi, le popolazioni europee e le istituzioni, non li vogliono. E non per una questione di razzismo, ma di oggettiva impossibilità a gestire tali masse in questa fase storica. Mentre a casa loro, in Africa, c’è un bisogno dannato di loro, ci sono praterie da conquistare e secoli da recuperare in termini di sviluppo politico-istituzionale ed economico. Noi dobbiamo – anche per il loro bene – fermare l’esodo e aiutarli finalmente in modo serio e sostanziale nei loro paesi. Basta elemosina e progettini per lavarsi la coscienza. La cooperazione allo sviluppo è un settore strategico, chissà che grazie all’immigrazione clandestina di massa non lo si capisca davvero in Europa. Cooperare, aiutare l’Africa a risollevarsi. È meglio per noi, è meglio per loro.

Tommaso Merlo



 

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Pubblicato il 29 dicembre 2016 alle 06.10 Comments commenti (0)

La Raggi, la porcilaia e i cittadini romani


Anche se la Raggi non facesse nulla di speciale come sindaco, la sua sola presenza in Campidoglio è già una rivoluzione. Grazie a lei si arresta l’emorragia di soldi pubblici frutto della corruzione che ha devastato la capitale negli ultimi decenni. Ristabilire legalità e trasparenza in una porcilaia, è già un’impresa storica. Per andare oltre, e governare Roma come qualsiasi altra città, ci vuole tempo perché coloro che l’hanno distrutta – Pd e destre – sono ancora tutti lì e remano contro. E con loro la cultura politico mafiosa che li anima. Gli elettori li hanno ritenuti responsabili del disastro e li hanno cacciati, ma Pd e destre romane hanno perso perfino il senso del ridicolo, e oggi alzano la voce e non danno tempo al nuovo sindaco di lavorare. Si scagliano quotidianamente contro la Raggi col supporto di giornali e televisioni di sistema. Un accanimento violento a conferma che la posta politica in gioco è nazionale: il vecchio sistema deve dimostrare – possibilmente prima delle elezioni – che il Movimento 5 Stelle non sa governare e che non ci sono alternative ai partiti tradizionali. Una strategia politica che si basa su un concetto di fondo: i cittadini sono dei poveracci. E cioè creduloni e manipolabili dai media, senza memoria storica e incapaci di interpretare la vita della propria città e guardare avanti. Pd, destre e media ignorano che i cittadini si sono evoluti e potrebbero essere proprio loro la risorsa vincente per la Raggi. Il Movimento 5 Stelle, del resto, non chiede il voto e basta, chiede di rimboccarsi le maniche e partecipare, chiede di fare la propria parte anche nelle piccole cose. Se i milioni di cittadini romani che hanno votato la Raggi decidessero di fare qualcosa di concreto per la propria città, Roma potrebbe risorgere. E questo nonostante burocrati, politicanti e giornalisti alfieri del passato, vogliano boicottare la volontà popolare. E non vedano l’ora di tornare a sguazzare nei soliti rassicuranti liquami.

Tommaso Merlo

 


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