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Tommaso Merlo

  Art is Fun 

Reportage

Tirana, Albania


Entro in Albania dalla Grecia, dalla via Egnatia che portava i romani sbarcati a Durazzo fino a Istanbul. Montagne, laghi, carretti trainati da muli, villaggi dispersi nel verde, minareti bianchi che sbucano tra i tetti. Già, la maggioranza degli albanesi sono musulmani. Fatto che non ha scandalizzato nessuno quando nel 1991 il mercantile Vlora sbarcò a Bari i primi 20.000 immigrati albanesi. Altri tempi, gli italiani erano preoccupati solo che gli “invasori” fossero poveri e chissà cos’altro. Da quel torrido agosto di venticinque anni fa, gli albanesi si sono rimboccati le maniche fino a guadagnarsi il rispetto di tutti. Il perché si nasconde tra le pieghe della millenaria storia albanese. Gli illiri erano pagani e lo rimasero fino a che l’Impero Romano adottò il cristianesimo nel terzo secolo dopo Cristo. Con lo scisma del 1054 divennero ortodossi e quattro secoli dopo - nel 1478 - l’Impero Ottomano vinse la resistenza del leggendario Skanderbeg convertendo il paese all’islam. La libertà di culto arriverà solo con l’indipendenza e il Regno d’Albania agli inizi del secolo scorso ma per pochi anni. Il regime comunista di Hoxha non ne voleva sapere di preti e iman e rase al suolo chiese e moschee. Nel 1967 l’Albania divenne addirittura uno stato ateo tra i primi casi al mondo, e lo rimase fino al crollo del regime e la conquista della laicità. Giro per le strade di Tirana e sembra di essere in qualunque città europea, donne col velo e uomini barbuti se ne vedono di rado. Arrivo a piazza Skanderberg, cuore di Tirana, incrocio un gruppo di turisti giapponesi e uno di francesi. Dalle navi piene di migranti in fuga dalla miseria, a quelle in arrivo piene di turisti e compatrioti arricchiti. Tirana è cambiata molto e velocemente. Mi siedo sulle scale davanti al museo nazionale, tutt’intorno i palazzi testimoniamo pagine di storia. Il museo stesso è un mastodontico palazzo dell’era comunista, mezzo secolo con al vertice il dittatore Enver Hoxha, uno staliniano di ferro che quando l’Unione Sovietica alla morte del “baffo” ammorbidì il regime, lui si rifiutò e isolò l’Albania. Sulla mia sinistra il Teatro, opera del periodo fascista così come i sobri palazzi ristrutturati che oggi ospitano i ministeri. Breve ma intensa l’occupazione italiana durante la seconda Guerra Mondiale e che non ha intaccato la storica amicizia tra i due popoli. Sulla sinistra l’antica moschea Ethem Bey, alfiera dei cinque secoli di dominio dei sultani. E poi l’oggi, la democrazia liberale testimoniata dai grattacieli di vetro e di metallo che ospitano hotel di lusso e banche estere. Non è la guerra la protagonista del passato albanese ma la povertà che l’ha resa facile preda di interessi stranieri. Il popolo albanese non ha mai impugnato le armi per attaccare ma solo per rivendicare una parità di diritti negata o in casa propria dagli invasori o dove qualche confine lo ha diviso come in Kosovo o Macedonia. M’incammino lungo il Boulevard dei Martiri e noto una lussuosa chiesa ortodossa inaugurata di recente, poco oltre vedo un’imponente moschea in costruzione grazie a finanziamenti arabi. Il “mercato” albanese fa gola. Banche e ditte costruiscono uffici, le religioni luoghi di culto. M’incammino per le vie del centro, i palazzi sovietici lungo le vie principali sono stati pitturati di giallo e verde e rosso, alle loro spalle quelli in mattoni rossi non intonacati e quelli moderni dalle forme sinuose. Il cambiamento di Tirana è stato talmente rapido che gli anziani fanno più fatica dei giovani ad attendere che il semaforo divenga verde per attraversare la strada. Davanti alle boutique di lusso sono rare le cassette che vendono ancora sigarette sfuse. Uomini anziani, in giacca, camminano lentamente guardando il loro mondo cambiare; giovani, in jeans, corrono guardando il loro i-Phone. Penso che l’Albania sia tanta montagna e poi mare, sia tanta asprezza e poi dolcezza. Incontro in giro italiani che negli ultimi anni sono arrivati in massa in Albania a fare business. Ristoranti, negozi, locali, appalti. Meno tasse, meno competizione e un ambiante piacevole dove vivere. Mi fermo a bere un caffè e mi guardo intorno, sono arrivati i soldi in Albania, in ritardo rispetto ad altri paesi ex comunisti ma alla fine sono arrivati. Per l’Albania è sempre stato così, tutto più difficile. Parlo con un amico sulla questione della religione. L’Albania inizierà a breve le negoziazioni per entrare in Europa - suo destino naturale - e sarà un membro a maggioranza musulmana. Non un dettaglio coi tempi che corrono e le guerre in corso. Gli faccio presente che oltre alla grande moschea ho notato che banche islamiche finanziano l’autostrada Elbasan-Tirana e altri grossi cantieri nel centro della città. Mi spiega come in Albania il Ramadan praticamente non si faccia, che i matrimoni misti tra musulmani e cristiani sono comuni e come siano pochi i praticanti. Gli albanesi musulmani sono poi in gran parte “bektashi” e cinquant’anni di ateismo di stato hanno sedato certi ardori religiosi. Tutto vero, gli albanesi hanno un rapporto tutto personale con la religione, un esempio di tolleranza e laicità. Ma in un mondo in cui il radicalismo religioso è tornato a soffiare violentemente, e dove la Turchia di Erdogan guarda con rinnovato interesse verso i Balcani, gli albanesi dovranno tenere gli occhi aperti. Riparto da Durazzo, città dove le truppe di Cesare e Pompeo si scontrarono per la prima volta nella guerra civile romana. Visito l’anfiteatro e poi salpo verso l’Italia insieme a tanti albanesi che tornano al lavoro. Sembrano passati secoli da quell’agosto del 1991.

Tommaso Merlo

 
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Guerra e razzismo visto da un campo greco


Finita la guerra devi tornartene in Siria altrimenti chi lo ricostruisce il tuo paese? Lo dico a Omar, un giovane padre rifugiato da tre anni in questo campo alla periferia di Salonicco. Non vedo l’ora di tornare, mi risponde. Russia e NATO stanno bombardano duramente da mesi, vogliono spingere Bashar al-Assad e i ribelli a firmare un accordo di pace al più presto, “così i rifugiati perdono il diritto di stare in Europa” e smettono di dare fastidio. Lo dice anche la legge: lo status di rifugiato si perde “cessate le circostanze” che lo hanno costretto a scappare. Mi siedo con Omar su un tappeto nella sua tenda, e sua moglie prepara un the. Gli chiedo cosa pensi dell’aria di razzismo che si respira in Europa. Dice che per lui è normale, la gente si spaventa facilmente per cose che non capisce. Tutta colpa dell’immigrazione clandestina, scherza Omar, che ha rovinato la reputazione ai rifugiati politici. Già, troppi e mal gestiti, tutti finiti nel calderone degli stranieri emigrati illegalmente. Omar è un ingegnere informatico e oggi insegna il suo ottimo inglese ai ragazzini del campo. La Siria aveva livelli di istruzione molto elevati, dice “ottime università e ospedali … prima della guerra nessuno emigrava … in questo campo ci sono ingegneri e avvocati e professori ... tutti ridotti a vivere come dei barboni”. Mi racconta che sua figlia è nata in questo campo greco l’anno scorso, mentre il maschietto in un campo in Turchia tre anni fa. Bambini nati per strada che non sanno cosa voglia dire avere una casa, un paese, cosa sia la pace. Omar mi racconta che prima di fuggire da Aleppo rimase nascosto nell’armadio per settimane. “Reclutavano gli uomini con la forza, per strada, potevano prenderti o i governativi o i ribelli o l’ISIS, senza chiederti nemmeno da che parte stavi”. Servivano braccia, carne da macello. Cosa succederà? Gli chiedo. Omar si tiene informato grazie a internet, legge, pensa. Nei suoi occhi, nella sua intelligenza, c’è tutto l’orgoglio di un popolo antico e nobile devastato dalla guerra e che non vuole perdere la sua dignità. “Non c’è più niente da bombardare ad Aleppo, è rasa al suolo … prima o poi dovranno smettere”. “Aleppo aveva tre milioni di abitanti, due sono fuggiti, i russi vorrebbero far scappare anche gli ultimi civili in modo da far fuori tutti i ribelli ma la NATO la pensa diversamente”. Già, dopo sei anni tutto gira ancora intorno al presidente Bashar al-Assad barricato negli scantinati del suo palazzo di Damasco e alla sua amicizia con Putin. Sostenuto dai russi, malvisto dagli americani, Assad non ha nessuna intenzione di mettere da parte il suo ego, neanche davanti alla devastazione totale del suo popolo. Ma chi ha deciso che sia l’opzione peggiore? Che programma politico hanno i ribelli? A chi spetta decidere il futuro della Siria se non al suo popolo? Dall’epoca dei protettorati alle odierne tempeste di bombe, incredibili i danni fatti dalle interferenze straniere in Medio Oriente. “Troveranno un accordo qualsiasi, senza chiedere cosa ne pensi la gente e faranno uno spezzatino”, dice Omar. Cosa vuoi dire? “I Peshmerga curdi sono in prima linea da mesi contro l’ISIS supportati dagli Occidentali, come ricompensa daranno un pezzo di terra ai curdi e la Siria potrebbero dividerla tra le forze in campo”. Possibile, vedremo. “Noi possiamo solo aspettare e dopo sei anni qualche mese in più non fa nessuna differenza”. Il problema dei rifugiati sta mettendo pressione politica a Brussels per trovare una soluzione in fretta al disastro Siriano e Iracheno, non solo il terrorismo. A Omar non interessa nulla di sapere cosa pensino di lui gli Europei, se sono razzisti o meno, lui è grato per quanto ha ricevuto prima in Turchia e poi in Grecia e pensa al futuro della sua famiglia. “Speriamo che dopo tutte ste bombe i paesi ricchi ci mandino anche i soldi per ricostruire”. Di solito è così, un doppio business. Parliamo delle affinità culturali dei paesi mediterranei, di storia. Mi sento a mio agio come parlassi a un amico, e pure in gamba. Sua figlia si sveglia, sul suo volto innocente e dolce tutta l’assurdità della violenza, della guerra. Per Omar è tempo di andare nel container-scuola ad insegnare il past tense. Saluti ed abbracci e io faccio un giro con un operatore greco del campo. Mi racconta come i Greci non siano affatto razzisti e non ce l’hanno coi rifugiati. Quello che non sopportano sono le organizzazioni umanitarie straniere che sono venute a gestire la crisi. “Abbiamo competenze e un sacco di gente disoccupata, le organizzazioni vengono e s’intascano gran parte dei soldi per super stipendi e uffici”. Chiedo a Salonicco e trovo conferme. “Il governo doveva farsi dare i soldi dalla UE e non permettere agli stranieri di venire a portarci via il lavoro e fare cose che possiamo fare anche noi e a costi molto inferiori”. Ce l’hanno con Tsipras che con l’Europa è stato debole anche su questo. La Grecia è Europa. Gli anni intanto passano, i giornali locali riportano di episodi di violenza tra rifugiati iracheni e afghani nei capi profughi di Salonicco, le domande di asilo e la ricollocazione vanno a rilento. Anche la macchina burocratica sembra attendere la grande notizia della fine della guerra. Come l’attendono i milioni di rifugiati bloccati in Turchia e Grecia, come l’attende la serafica gente di Salonicco, come l’attende Omar e la sua giovane famiglia ansiosi di tornare e ricostruire il proprio paese, alla faccia di chi specula e dei razzisti.

Tommaso Merlo

 

Istanbul e il destino della Turchia

Il Bosforo non permette ai due lembi di terra su cui si estende Istanbul di toccarsi. Come due enormi dita si indicano, sfiorandosi soltanto. Fin dall’antichità è stato questo stretto a segnare il confine tra Oriente ed Occidente. Un destino che si ripete oggi con l’Europa che discute se aprire o meno le porte alla Turchia di Erdogan. L’imperatore Costantino decise di fondare qui la “Nova Roma” nel 330 d.C., città che diverrà prima capitale bizantina poi dell’Impero Ottomano per cinque secoli. Oggi la capitale ufficiale è Ankara, ma Istanbul - con i suoi 15 milioni di abitanti - lo è di fatto. Giro per il centro storico sulle tracce di Costantinopoli e di Bisanzio, trovo solo rari frammenti. La colonna di Costantino alla fermata del tram, qualche brandello di muro sperso tra i cartelli del kebab, pezzi d’acquedotto ingrigiti dal traffico e una piazza ovale, l’ippodromo. Briciole rispetto all’importanza che la città ebbe per i romani, per secoli. Ma a sultani e califfi davano fastidio i simboli di quello che era stato il centro della cristianità ortodossa, di un’altra civiltà. Cammino per Sultanameth, il cuore della città antica, oggi zona turistica. Siamo in bassa stagione, un paio di esercenti mi spiegano che quella passata è stata magra. Colpa della guerra al confine siriano – dicono - e della politica che tengono alla larga gli occidentali. Sterminati bazar vendono tutto e niente, chilometri di saracinesche, bancarelle sui marciapiedi, ambulanti che ti abbordano, è il commercio l’anima della città, è vendere il segreto. Prezzi europei ma solo se contratti. Il trucco è sempre lo stesso: costa 3 lire turche ma con lo sconto costa 2, poi giri l’angolo e scopri che il vero prezzo era 50 centesimi. Lo fanno i kebab senza menù, i taxi senza tassametro, i negozi senza prezzi. Poche donne in giro per le strade e la maggioranza sono velate. Vedo molte tuniche nere e qualche burka. Il commercio è roba da uomini, lo è il lavoro. Uscito dalla prima guerra mondiale con le ossa rotte, l’Impero Ottomano è stato archiviato da un suo soldato, Mustafa Kemal Ataturk, oggi padre della patria, fondatore della Repubblica di Turchia, venerato da tutti, almeno a parole. Nel 1924 Ataturk istaurò un regime che compì un’operazione storica unica: portare il sultanato turco in Occidente. Impose lo stato laico, parità dei sessi, suffragio universale, la domenica come giorno festivo, no al velo islamico delle donne nei locali pubblici, abolì l’alfabeto arabo e introdusse quello latino, introdusse il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale e si spinse a vietare la barba per i funzionari pubblici e addirittura liberalizzare l’alcol che non disdegnava affatto al punto che morì di cirrosi epatica. Mi perdo per stradine laterali in quartieri defilati, voglio vedere cosa c’è dietro la messa in scena per i turisti. Vedo povertà, lotta per una vita decente. Torno verso casa e cerco una birra in un paio di supermercati ma non la trovo. Non vendono alcol, come a Kabul o Teheran, ma loro non vogliono entrare in Europa. Penso che le credenze religiose altrui non dovrebbero incidere nella mia vita privata, e poi perfino Ataturk gradiva. Eccola la chiave per capire la Turchia di oggi e il suo destino. Nel 2012 Erdogan ha firmato una legge per limitare l’alcol in vari modi tra cui quello che non si può vendere a meno di cento metri dalle moschee. Nel centro storico c’è una moschea ogni due passi e si va ad acqua tonica. Scopro che Erdogan ha anche reintrodotto lo studio del Corano in tutte le scuole, ha tolto il divieto del velo per le donne nei luoghi pubblici e ha preso posizioni sulla parità dei sessi da far tremare i polsi ad ovest del Bosforo. Un processo di islamizzazione compiuto sottovoce ma costante e che si percepisce per le strade di Istanbul. Nei quartieri borghesi intorno a piazza Taksim sembra di essere in Europa, ma fai qualche minuto di tram e piombi in Medioriente e ci rimani, per ore ed ore. La Turchia è una Repubblica parlamentare ma l’esercito ha un ruolo speciale di “garante” sulla politica e sono già stati cinque i colpi di stato. A luglio di quest’anno è andato in scena l’ultimo, fallendo. La Costituzione prevede la laicità dello stato e tra i compiti che assegna all’esercito c’è anche quello di difendere la secolarizzazione voluta da Ataturk. Secondo le opposizioni e parte delle forze armate, Erdogan sta progressivamente riportando la Turchia sotto l’ombra dei minareti. Laicità ed adesione all’Europa da una parte, religione islamica e Medioriente dall’altra. La Turchia è ancora in mezzo a questo guado. Metà della sua superficie è ad est di Gerusalemme, confina con Siria, Iran e Iraq, il suo territorio arriva nel cuore dell’Asia Centrale, così come la cultura di questi popoli. Vedo bandiere turche ovunque per i vicoli di Sultanameth, le espongono anche la ferramenta e il calzolaio. Segno che da loro Erdogan non ha niente da temere. Fallito il colpo di stato decine di migliaia di persone sospette sono state arrestate o hanno perso il lavoro. Purghe impensabili in Occidente. Ma Erdogan è forte, in patria e fuori. In patria dove il popolo fa a gara per essere ben visto dal Profeta. Fuori, consentendo alla NATO di piazzare basi militari a piacimento, basi strategiche verso est ma anche per contenere le ambizioni russe a nord. Mi siedo a sorseggiare del the e mi fumo un narghilè alla menta guardando la gente che passeggia nel giardino davanti alla Moschea Blu. Non chiedo neanche se hanno una birretta o un bianchino magari sporco. E capisco che finché non mi potrò fare un aperitivo in pace, la Turchia non dovrebbe entrare in Europa. Il problema non sarebbero tanto gli 80 milioni di musulmani di per sé, ma il loro rapporto con la democrazia liberale. Oltre il Bosforo la religione interferisce ancora nella vita privata e pubblica delle persone. E in aspetti fondamentali come il rapporto tra uomo e donna, la famiglia, la sessualità, fino alla politica dove si legifera consultando il Corano e un leader che s’immola per il Profeta viene innalzato a rango di Sultano. E non c’è niente di male se è questo che desiderano, a casa loro sono liberi di gestirsi come preferiscono. Il problema è che quella non è Europa, è qualcos’altro. M’intestardisco, voglio stappare una bottiglia di bianco con le bollicine per cena. Chiedo in giro sottovoce finché trovo un negozietto malconcio che mi vende una squallida bottiglia di bianco come fosse Champagne. Le tasse sull’alcol sono ai massimi, mi spiega il negoziante, per disincentivare. Butto gli spaghetti e penso ai giovani vestiti alla moda che girano intorno a piazza Taksim, alla società civile che si oppone all’islamizzazione del loro paese, alle donne che lottano per la parità. Vedo la loro strada in salita, ma spetta a loro percorrerla. La Turchia deve decidere da sé cosa essere. Di sicuro l’Europa non può e non deve accettare compromessi sui suoi valori portanti e la laicità è uno di questi, e i diritti umani sono tra questi come aveva ben capito Ataturk. Scolo e il muezzin della moschea fuori dalla mia finestra chiama alla preghiera i devoti di Allah, a lui si uniscono quelli delle 2,944 moschee di Istanbul. I gabbiani si alzano in volo spaventati. Faccio un giro su internet mentre mangio ed è vero che molti siti internet sono stati censurati, le pagine riportano a link governativi turchi. Ancora una volta le credenze religiose altrui interferiscono sulla mia libertà. Mi vendico con un brindisi alle bollicine mentre il sole cala sul Bosforo. Confine tra Occidente e Oriente, allora come oggi.

Tommaso Merlo

 
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Sofia, la mite signora

Gli archeologi del comune di Sofia stanno scavando davanti all’Hotel Balkan, in pieno centro. Vogliono riportare alla luce un’altra parte di Serdica, la capitale della Dacia fondata dai romani nel 29 a.C. Guardo oltre le transenne e vedo degli operai al lavoro nonostante il vento gelido che scende dalla Vitosa, il massiccio montuoso che domina la città da sempre, da prima che s’insediassero i Traci. Sofia è una città bella ed elegante, una signora di classe ma riservata e mite. Cammino sui sanpietrini del centro in cerca di conferme. Attraverso parchi ben curati e arricchiti da sculture e fontane, percorro ampi boulevard che permettono al timido sole d’illuminare le facciate dei palazzi. La città è pulita e ordinata, ha lustrato i gioielli di casa la signora. Per sé stessa, per quei rari turisti che le compagnie aeree hanno cominciato a sfornare durante i mesi estivi. Soldi che coi tempi che corrono non guastano. Arrivo all’antica chiesa di Santa Sofia che diede il nome alla città. Nelle sue fondamenta c’è un museo romano. Qui, il 30 aprile 311 si siglò l'Editto di Galerio con cui il cristianesimo divenne una religione tollerata dall’Impero. E questo ben due anni prima del più noto Editto di Costantino del 313 firmato a Milano. Davanti alla chiesa un pannello riporta il testo dell’Editto in tre lingue. È in questa chiesa del 600 d.C., in questo mix di storia romana e cristianesimo ortodosso la chiave per capire la Sofia di oggi. Vado a pranzo con un collega, si mangia con 15 Lev, 7 Euro. La Bulgaria è un diligente membro dell’Unione ma il disastro greco ha ritardato la sua entrata nella moneta unica. Zuppa slava come la lingua, polpette di carne e verdura più comprensibili. Dico al collega la mia sensazione di far visita ad un elegante signora, lui non mi ride in faccia e la cosa m’incoraggia. Nei bulgari, dietro una leggera patina burbera, si scopre facilmente una sincera cordialità. E gli stranieri sono benvenuti. Mi racconta che metà della sua famiglia è emigrata in Germania da una ventina d’anni. Oggi la Bulgaria ha 7 milioni di abitanti, 1 milione è immigrato dopo l’89. “Ma si sbagliavano, si vive meglio qui”, dice. Con una crescita dello 0,7 e un tasso di disoccupazione del 10%, la Bulgaria è nella media UE e Sofia in ottima forma. Andiamo a prendere un caffè a Piazza Garibaldi, ottimo espresso per essere oltre la Cortina di Ferro. La gente cammina rilassata per il centro, come se avesse tempo, come se avesse voglia di godersi la vita. C’è poco traffico e quindi poco smog e rumore. “Dopo mezzo secolo di regime comunista le chiese si sono riempite di nuovo”, mi spiega il collega mentre mi accompagna alla Cattedrale di Aleksandr Nevskij, affascinante ma come molte chiese ortodosse più da fuori. La signora va a messa la domenica. Passiamo davanti alla moschea Banya Bashi, unica testimonianza di cinque secoli di dominazione ottomana in Bulgaria. Oggi l’82% dei bulgari sono cristiani ortodossi e solo il 12% musulmani. Cifre che andrebbero lette da chi teme che poche migliaia di rifugiati possano stravolgere chissà cosa. Una relazione lunga e intensa quella di Sofia con i turchi, oggi ridotta a buon vicinato. Galleria Nazionale, Teatro dell’Opera, Palazzo della Cultura, non c’è stata distruzione nel passato di Sofia, non c’è stata guerra. La Bulgaria tenne un ruolo defilato nella prima Guerra Mondiale e cercò di rimanere neutrale nella seconda senza riuscirci. Fu costretta ad unirsi alle potenze dell'Asse nel 1941 e garantire il passaggio verso la Grecia e poco più. Acqua passata, ancora una volta, e senza drammi. Arriviamo davanti alla mastodontica ex sede del partito comunista. I palazzi bianchi sono talmente ripuliti che sembra debba arrivare Chruscev in visita da un momento all’altro. La Bulgaria, terminato il duro periodo stalinista guidato a Sofia da Dimitrov, è stata parte fedele dell’Unione Sovietica fino al 1989, fino all’ultimo giorno. A guidarla Todor Zivkov al potere per 35 anni senza fare una piega. Una relazione impegnativa ma stabile quella di Sofia col regime comunista. Come se la città riuscisse a vedere in quella fase della sua storia anche gli aspetti positivi, come se vedesse oltre, saggiamente. Prendo dei tram e mi faccio un giro per le periferie. Sono molto più verdi e dignitose di altre città ex sovietiche. C’è colore sulle facciate dei condomini squadrati e verde per i viali, c’è vita serena. Crollata l’Unione Sovietica, Sofia non è rimasta sola per molto. Giusto il tempo di curarsi le ferite e aprirsi alla democrazia e all’economia di mercato. Giusto il tempo di darsi una sistemata prima di unirsi all’Europa. Oggi Sofia scava davanti all’Hotel Balkan, scava nel suo passato, quasi volesse riscoprire le sue origini continentali e fondare su basi solide questa nuova fase della sua vita.

Tommaso Merlo

 
sofia
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L’indomita Belgrado

Anche il Danubio ha dovuto lottare col promontorio roccioso su cui sorge Belgrado prima di unirsi alla Sava e poi cedere, curvando. Li vedo lì, al Fortino, i rari turisti che scelgono la Serbia in questo autunno mite. Cammino sui sassi, lungo le mura con vista sulla Pannonia. La cultura di Vinca si stabilì all’ombra di queste rocce intorno al 6000 a.C. facendo di Belgrado la terza città più antica d’Europa dopo Roma ed Atene. Immenso passato, quello della capitale della Serbia, ma troppo tormentato per lasciare nitide tracce. Vedo giusto i brandelli delle mura del Castrum romano di Singidunum, e m’immagino gli Unni di Attila avanzare compatti all’orizzonte. Secoli di battaglie feroci, vittorie e sconfitte. Prima i barbari, poi i Re, poi gli imperi Austro-Ungarico e quello Ottomano che si sono contesi questo promontorio strategico per secoli. Belgrado ha combattuto 115 guerre ed è stata rasa al suolo oltre 40 volte. Incontro dei colleghi che mi riportano alla storia recente. Camminiamo lungo la Mihailova Ulica, tra negozi e locali alla moda occidentale. La bellezza non è la qualità principale della città. Troppe volte Belgrado è stata distrutta, e chi l’ha ricostruita aveva esigenze e sensibilità diverse dai padroni precedenti. Oggi i freddi palazzi in vetro si prendono a spallate con le sontuose dimore reali e i sobri condomini di cemento. Scendiamo per la Skadarska, un assaggio di quello che avrebbe potuto essere il centro storico. Grigliata mista a 9 Euro e un quartino di bianco fruttato con vista sul tempio ortodosso. Mi spiegano come il mix religione-politica abbia inciso fortemente sui Balcani dove ortodossi, cattolici e musulmani convivono da secoli, non come da noi. Nell’insalata ci mettono le cipolle crude tagliate fini e del formaggio, ma non le olive. Mi raccontano come Belgrado sia stata bombardata nel 41 dalle forze nazi-fasciste e di nuovo nel 43, prima che la “resistenza” guidata dal Maresciallo Josip Broz detto Tito fondasse la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Slovenia e Serbia unite dal Maresciallo, unite dalla lingua, tutte sotto la stessa bandiera. Rossa, sì, ma a tinte meno intense di quelle Sovietiche. La personalità di Tito riesce a tenere quella di Stalin lontana dai Balcani. Fino alla distensione, fino alla morte del georgiano nel 1953. C’è emozione nelle parole dei miei colleghi, ma non rabbia, non rancore, siamo ancora nel secolo scorso del resto. Decenni di comunismo nostrano, poi la morte di Tito nel 1980 e il vento che comincia a soffiare in un’altra direzione, quella nazionalista. Disparità economiche tra le repubbliche, liti sull’eredità jugoslava, voglia di fare da soli. Come in ogni famiglia, anche in quella balcanica, il dopo è stata una fase complicata. Alle elezioni del 1990 vincono le rivendicazioni indipendentiste in tutta la Jugoslavia tranne che nella Serbia di Slobodan Milosevic. Si alza la tensione e ci incamminiamo verso il centro politico della città. Arriviamo davanti ad imponenti palazzi sventrati dalle bombe, sono ancora lì, dopo anni. Come ferite non cicatrizzate, come monito a cosa sia alla fine la guerra. “Bombe NATO”, mi sussurrano freddamente. Era l’estate del 1999 e gli Alleati decisero di porre fine con la forza ad un decennio di sangue che aveva visto la ex Jugoslavia al centro del mondo. La guerra in Bosnia ed Erzegovina, quella in Kosovo. Fino al crollo delle mire serbe sui Balcani, e la consegna di Milosevic all’Aia. Prendiamo un caffè. Sanno fare l’espresso e le paste a Belgrado. I locali sono pieni, e la gente fuma e discute con foga come nei paesi mediterranei. Parliamo di affinità vere o presunte. Parliamo delle tante FIAT che circolano per la città. Modelli anni novanta ma anche quelle sfornate di fresco dalle nuove catene di montaggio. Mi sento a casa. A Belgrado la gente sorride agli stranieri, e spende volentieri le due parole d’inglese che conosce. È tempo di saluti, di un “ciao”, come si dice anche da queste parti. Mi perdo tra la folla sul Boulevard Aleksandra poi mi allontano dal centro. Qui il caos architettonico si placa, le strade si fanno più strette e più verdi e agli incroci la vita pulsa nei parchetti. Locali colorati, anziani che giocano a scacchi e spettegolano godendosi l’ultimo sole. Piccioni obesi, segno di generosità. Un violinista romantico, donne dai lineamenti slavi che passano indaffarate. La crisi insiste anche qui, ma ci vuol altro per far tremare questa città, questa cultura. Vedo le cicatrici sui volti, e sulle facciate dei palazzi. Belgrado è stanca di fare la guerra. Questo sì. I cieli hanno smesso di tuonare da pochi anni, e tante questioni sono ancora irrisolte nella “regione”. Ma il domani è già arrivato. Slovenia e Croazia sono già membri dell’Unione dal 2003, tutti gli altri, compresa la Serbia, sono candidati in attesa. Una lezione per tutti noi - come è stato per il continente dopo la seconda guerra mondiale – i Balcani vedono nell’Europa la soluzione per un futuro di progresso e di pace comune. Perfino l’indomita Belgrado.

Tommaso Merlo

 
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Il populismo nero di Orban


Bastano pochi giorni per vedere dietro la maschera che Budapest indossa per i turisti. Per capire cosa sia davvero l’Ungheria di Viktor Orban. Si festeggiano i sessant’anni dal 1956, dal tentativo di rivolta ungherese al regime sovietico. Due settimane finite in nulla ma sbandierate dalla propaganda governativa come “rivoluzione” ed emblema dello spirito combattivo magiaro. Uno spirito tenuto al guinzaglio troppo a lungo e che cerca di liberarsi da una storia scomoda per il nuovo vento nazionalista. Dopo aver perso la Prima Guerra mondiale e archiviato l’Impero Austro-Ungarico, l’Ungheria firmò il Patto d’Acciaio con Hitler e Mussolini e perse anche la seconda finendo tra le braccia di Stalin. Solo nel 1989, col crollo dell’Unione Sovietica, l’Ungheria ricominciò a camminare con le sue gambe, ma per poco, fino alla voluta adesione alla UE. Oggi ne è membro ma rifiuta l’Euro per una “questione di identità nazionale” mi dice il tabacchino di Piazza degli Eroi. L’Ungheria oggi è un terzo del suo territorio originario, è un piccolo paese di 10 milioni di abitanti, una democrazia giovane come tutti i paesi ex sovietici e come tale facile vittima di malanni stagionali. Orban si è fatto strada nell’89 parlando di libertà, arrivato al potere ha messo tutti i media, la Giustizia e la Banca Centrale sotto controllo governativo, ed è balzato sulla scena internazionale grazie alle sue posizioni anti immigrati. L’Ungheria non vuole nemmeno mezzo rifugiato. E infatti di neri o arabi non se ne vedono in giro per Budapest, solo qualche turista francese spaurito. Anche quello del Kebab è ungherese doc. La città è piena di cantieri, soldi di Brussels si legge, già, soldi dei contribuenti europei. L’economia cresce all’1%, la disoccupazione è ferma al 5%, non male coi tempi che corrono, e Orban è saldo al potere con due terzi del Parlamento in mano. Ma si respira tensione per le strade. La gente è arrabbiata, scortese. Quando capisce che sei straniero ti fissa, severa. Come per controllarti, come per farti capire che non sei il benvenuto. Molti si rifiutano di parlare inglese anche se lo sanno, gli dà fastidio il diverso. Non mi sento in Europa, mi sento straniero. “Una volta non era così”, mi raccontano degli amici all’opposizione del “populismo nero” come lo chiamano loro, “oggi la gente ha paura”. Già, la paura è centrale nella deriva ungherese, lo penso mentre visito le rovine di Aquincum, importante insediamento romano ai confini dell’Impero, e oggi sommerso tra i condomini sovietici alla periferia di Budapest. La paura muove le persone, le società. La paura del domani, la paura del cambiamento. Una paura anche comprensibile in Occidente oggi, ma che il populismo nero di Orban decide di alimentare e di sfruttare a fini politici, invece di dare una mano. Chi ha paura del resto fa così, si barrica in casa. Si chiude nel suo piccolo mondo. Non gli interessa risolvere i problemi, vuole solo che nessuno gli vada a dar fastidio. Orban è stato il primo ad innalzare chilometri di reti e filo spinato lungo i confini con Serbia e Croazia, e oggi si oppone alle quote europee sugli immigrati. Non ne vuole, punto e basta. Ha indetto un referendum scontato e propone alla stampa di rastrellarli in giro per l’Europa e metterli su qualche isola. Provoca l’establishment continentale, rassicura il suo popolo impaurito. Camminando per le strade di Budapest, tra simboli militari e sguardi cupi, capisco come il vento nazionalista e razzista si basi su una visione pessimistica della vita, del mondo. Si basa sulla convinzione che il futuro non possa essere migliore di oggi. E vada quindi difeso quello che c’è, vada conservato l’esistente, rigettando il cambiamento, le nuove sfide, isolandosi, barricandosi nella mediocrità del conosciuto. Procedo a fatica tra il traffico lungo le rive del Danubio, vedo Buda sulla collina. Un grigiore ricopre i sontuosi palazzi imperiali e quelli sovietici. Rumore, smog. La città ha perso fascino, percepisco energia negativa, mediocrità. Non vedo l’ora di lasciare l’Ungheria. Penso che la Brexit e i malumori europei abbiano dato forza ad Orban, ma nel lungo periodo la strategia della paura non paga. Il mondo cambia lo stesso, e se te ne freghi e ti rinchiudi in casa, finisci solo per rimanere indietro.

Tommaso Merlo

 
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Lesbo, prigionieri e poeti


“Cosa c'è in fondo ai tuoi occhi, oltre l'apparenza? Dove il tempo d'improvviso si ferma e la mia anima, sulle tue labbra, resta sospesa”, scriveva Saffo la celebre poetessa della Grecia antica. Sono passati 2.600 anni ed è ancora lei la star incontrastata dell’isola di Lesbo. Culla dell’amore saffico, Lesbo. Culla della democrazia, la Grecia. Sull’isola ci ha vissuto Aristotele prima di diventare mentore di Alessandro il Grande. Poi sono arrivati i Romani. Nell’80 AC un giovane Giulio Cesare impugnava le armi per la prima volta nell’assedio di Mitilene, la capitale. Secoli, poi Bisanzio, poi i Gattilusi, una famiglia della Repubblica di Genova che vi ha regnato per un secolo. Poi l’Impero Ottomano, poi l’Europa. Millenni e la Turchia è ancora lì, si vede ad occhio nudo. E gli abitanti di Lesbo sono ancora lì, seduti all’ombra degli ulivi a bere retsina e mangiare feta. Estate calda ma arieggiata tra le colline dell’isola. “Il turismo è crollato del 60 per cento” - dice Yorgos, un ristoratore - “i turisti hanno paura”. Vero, i turisti non sanno che i profughi sono richiusi nei campi profughi, e appena possono proseguono il loro viaggio verso il mondo ricco. “Non siamo arrabbiati con loro, ma con chi li costringe a scappare”, dice Yorgos. È finito il tempo di imperatori e sultani, da qualche anno a Lesbo sbarcano i discendenti dei persiani, dei mongoli, degli indiani finiti in disgrazia. A Lesbo lo sanno, i popoli si muovono. Per conquistare o per scappare. Da vincitori o da perdenti. Ma si muovono, sempre. Impazza la guerra in Arabia, l’isola è invasa, arrivano le truppe umanitarie, l’UE e la Turchia siglano un accordo. Erdogan chiude le frontiere, arrivano i soldi da Bruxelles e sorgono biancheggianti campi profughi tra gli uliveti e la terra rossa. Recinzioni, containers, tende, tutt’intorno il business dei trafficanti, dentro il dramma. Visito il campo di Moria, balzato alle cronache per il centro di detenzione per minori non accompagnati. La Polizia apre enormi lucchetti. Accesso riservato agli addetti ai lavori. Procediamo tra containers, grate e filo spinato. Un secondo cancello, un terzo. Dentro ragazzini, 250 e solo una manciata di femmine. Molti sono distesi sulla ghiaia polverosa. “Sono depressi”, dice un operatore, “molti sono qui da quattro mesi”. 13, 14, 15 anni. Ragazzini che stanno attraversando il mondo da soli, da minori. E questa è una cosa che nel mondo ricco non si può fare. Come sprovveduti uccelli migratori sono finiti in gabbia a metà strada. Sono quasi tutti afgani. La coalizione dei volenterosi ha vinto la guerra coi Talebani nel 2001, investe miliardi nel peacekeeping e questi sono i risultati. Tanti Hazara, l’etnia che vive a nord di Kabul dai lineamenti asiatici, discendenti di un’armata di Gensis Khan. “Ho paura di impazzire qui dentro e di non servire più a nulla”, mi dice Ali. “Forse è quello che vogliono”, aggiunge il suo amico. Paura che i “ricchi” non comprino neanche l’ultima cosa che possono offrire, se stessi. “Ho paura di tornare indietro”, dicono in molti. Paura di finire sotto le bombe o tornare in qualche baracca di fango senza luce e acqua sulle montagne dell’Hindu Kush. Posti dove non c’è mai stato niente, posti dove quel poco che c’era è stato raso al suolo. Caldo torrido, brandelli d’ombra. Arriva del cibo, arriva dell’acqua. Molti ragazzini sono ancora a letto. “stanno svegli di notte, e finisce che si picchiano”. Vedo molti con delle bende. Si sfogano tra di loro, tra gruppi. Incontro un africano che non sapeva neanche dove fosse. Un calciatore che sogna l’Italia. Un pittore che ha smesso di dipingere. Tanta manodopera che se tutto va bene finirà a pelare patate in qualche scantinato o spazzare i pavimenti di qualche stazione. Un paradiso a confronto di casa loro. Magari un giorno avranno pure un tetto, dei vestiti e un i-Phone. Un sogno che in quella prigione si è trasformato in un incubo. Non c’è come rimuginare sui propri sogni per farli svanire. “Italia, Francia e poi London!” dice Ahmad in uno slancio di entusiasmo. A bordo di qualche nave, nel sottofondo di qualche camion, non importa. Gli portiamo internet, computer, libri nella loro lingua. Gli portiamo la possibilità di connettersi col mondo, e d’imparare qualcosa in quell’interminabile prigionia. Ma in pochi hanno la testa, troppa l’ansia verso il futuro. Troppa la rabbia e la frustrazione. Vogliono riprendere il loro volo verso il futuro. Vogliono che qualcuno gli apra quella maledetta gabbia. Non sanno che i colpevoli di questo esodo epocale vogliono anche il privilegio di lavarsene le mani. Non sanno che i colpevoli di questo mondo ingiusto non li trovano mai. Hanno sempre tutti ragione. Passano gli anni. Il mondo ricco cerca di arginare un fiume in piena senza capire che è tutto inutile finché non smetterà di piovere, bombe. Non ci sono argini che tengano. Lo si capisce guardando gli occhi di queste schegge di civiltà sperse nel mondo. L’inarrestabile sforzo degli uomini di conquistare una vita migliore. Anche a costo di attraversare il mondo da soli, a piedi, a 13 anni. Tra le colline di Lesbo si respira salsedine e macchia mediterranea. La millenaria filosofia degli abitanti dell’isola regge graniticamente. Dopo millenni, dai Romani fino agli Europei, dopo guerre e invasioni, si sono ritrovati seduti sotto gli stessi ulivi, con lo stesso bicchiere di retsina in mano. E non saranno cerco questi quattro poveracci a cambiare le cose. Scende la notte su Mitilene. All’orizzonte le luci della costa turca. Dicono che siano in tre milioni pronti a partire. “Chi un esercito di cavalieri, chi una schiera di fanti, chi una flotta di navi dirà che sia sopra la terra nera la cosa più bella. Io dico, ciò che si ama...”, sussurrava la diva.

Tommaso Merlo

 
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Kiev, inverno caldo 


Sabato sera il Teatro dell’Operetta di Kiev era esaurito in ogni ordine di posto, quasi tutti giovani, gente comune col vestito stropicciato della domenica, tre Euro di biglietto e timidi sorrisi. Scenografie colorate, vestiti tradizionali. Tra danze e assoli in “do di petto” un buffo monaco ortodosso devoto alla Vodka ostacolava una storia amorosa di shakespeariana memoria. Luci e colori che fanno bene agli occhi dopo settimane di grigiore. Note ed emozioni che fanno bene al cuore dopo anni di dolorosa crisi. Il pubblico ride e batte le mani a tempo di musica, sembra voler dimenticare il dramma che lo attende fuori da quel palazzo ottocentesco del centro, sembra temere che la realtà non gli riservi lo stesso lieto fine di quell’allegra operetta. L’Ucraina è martoriata da una crisi economica devastante. La Grivna affonda e i prezzi aumentano a vista d’occhio. Nei supermercati del centro girano solo stangone in pelliccia e stranieri. In un anno tutto costa il doppio mentre salari e pensioni rimangono drammaticamente stabili intorno ai cento Euro se va bene. La crisi globale soffia anche tra la sterminata pianura ucraina ed esaspera problemi che hanno radici profonde. Crollata l’Unione Sovietica, in pochi mesi, le ricchezze del paese più vasto d’Europa e con 45 milioni di abitanti, sono passate dalle mani dello Stato a quelle di 50 persone, gli oligarchi. Prima le immense risorse naturali, poi le banche, poi tutto il resto, fino alla politica, fino alla vita delle persone. Forse per passione, forse perché possono permetterselo, forse per difendere i propri interessi, gli oligarchi hanno conquistato il vertice della giovane democrazia ucraina. Uno scossone epocale, dal comunismo al liberismo, dallo Stato al mercato, dall’uguaglianza alla disuguaglianza, dalle Lada-Vaz prodotte nella città russa Togliatti dalla Fiat ai super SUV americani prodotti a Detroit da Marchionne, dalle mense collettive ai ristoranti italiani, dalle lussuose boutique del centro alle anziane col foulard e il bicchiere in mano. Cambiamenti ingoiati troppo in fretta per essere digeriti a dovere. L’Ucraina è indipendente dal 1991, una bambina, ma gran parte della sua classe dirigente si è formata nell’era dell’Unione Sovietica praticandone l’ideologia ogni santo giorno. E parole come comunismo, da queste parti, non sono state vaghi sogni ma realtà, vita quotidiana. E se cresci in una città dove l’acqua viene scaldata per tutti in una mega caldaia piazzata in periferia, non è facile fare sacrifici per comprarti un boiler. Non è facile accettare che i “diritti” si pagano in grivne, e che più ne hai più “diritti” hai. Prima c’era poco ma per tutti, ora c’è tanto ma solo per pochi. Prima c’era una idea precisa, oggi una vaga speranza. Le statue di Stalin hanno lasciato il posto alle bandiere gialle e blu. È venuto il momento di fare da soli, di procedere verso la democrazia. I vecchi tremano e guardano verso Mosca, i giovani esultano e guardano verso Brussels. Evviva l’Europa, anche se ancora non esiste. Evviva la modernità, anche se forse non funziona ma dà spazio di esprimere la propria individualità, di provarci, da soli. Vedremo poi se sono tutte illusioni, è troppo tardi per guardarsi indietro. La superpotenza sovietica è crollata su se stessa, e la Guerra Fredda non l’ha combattuta la gente comune. La gente ne ha solo pagato le conseguenze, e in qualche modo deve tirare avanti, se ha vinto l’Occidente qualche motivo ci sarà. Ed ecco i giovani protagonisti della rivoluzione Euromadian costringere il presidente filo-russo Janukovyč ad andarsene malamente nel 2014 dopo giorni di guerriglia. Arriva il nuovo presidente multi miliardario e Re del cioccolato, l’Ucraina rimbalza verso ovest, verso l’Unione Europea. Piovono promesse di riforme, il vecchio apparato si deve adeguare alle dinamiche di mercato. Evviva trasparenza e legalità. Ma poi c’è la realtà, c’è la storia, e quella ucraina è stata legata da sempre, fino dalle sue origini, a quella russa. Da quando nel IX secolo i Vichinghi si spinsero verso sud e fondarono i Rus' di Kiev sulle rive del fiume Dnepr. Fino ai tre secoli della Russia zarista, per arrivare alla rivoluzione del 1917 e all’Unione Sovietica. Ucraina e Russia sono sempre state non alleate, ma la stessa cosa. Hanno combattuto fianco a fianco dall’invasione di Napoleone a quella nazi-fascista. La gloriosa vittoria della Seconda Guerra Mondiale gli ha lanciati sul tetto del mondo moderno insieme, e a ripensarci gli occhi delle gente di Kiev luccicano come quelli di Mosca. Sui mastodontici monumenti che celebrano la storica vittoria ci sono sempre fiori freschi. I maggiori scrittori ed artisti ucraini hanno sempre prodotto le loro opere in lingua russa, una lingua insegnata nelle scuole e ancora oggi parlata comunemente. L’Ucraina è sempre stata parte della Russia, e viceversa. Difficile anche per politici scaltri trovare fratture interne da sfruttare a fini elettorali. Ma la posta in gioco è tale che ci pensano gli altri a scaldare gli animi. Le ricche regioni del sud est si ribellano, vogliono l’indipendenza, vogliono seguire la Russia di Putin. Trema il mondo, danzano le diplomazie, in ballo c’è l’influenza su un territorio immenso, potenzialmente ricco e altamente strategico. Grazie all’Ucraina la NATO arriverebbe a cinquecento chilometri da Mosca e metterebbe un piede in Asia Centrale. La storia corre in fretta, non c’é tempo di ragionare. Putin si riprende la Crimea e l’Occidente tace. Nelle città ucraine del sud cominciano a sventolare le bandiere russe, arrivano i carrarmati, arriva la guerra. Oltre un milione di persone sono costrette a lasciare le proprie case, i più deboli finiscono in centri di accoglienza, la forte solidarietà locale e la comunità umanitaria gli aiuta a tirare avanti. Vogliono tornare a casa loro, e al più presto. La debolezza di Kiev non aiuta, la giovane Ucraina non ha ancora dato prova di poter garantire un futuro migliore per tutti, e in pochi sono pronti a morire per una politica a cui non credono. Putin sembra una garanzia anche se démodé. Nemmeno l’incertezza europea aiuta, e il militarismo americano ancora meno. Kiev crede ancora nella via diplomatica e definisce il tutto un’operazione anti-terrorismo invece che una guerra civile. Il cessate il fuoco regge a fatica e si attende una nuova offensiva filo-russa a Mariupol. Il mondo sembra avere altre priorità e gli esperti parlano di situazione in continua evoluzione, ma domina il pessimismo. Due sono i fattori che potrebbero convincere Putin a non sferrare il colpo decisivo: le sanzioni economiche internazionali, l’impopolarità di una guerra fratricida. Nel teatro colmo nel centro di Kiev, l’Operetta sta volgendo al termine. La giovane soprano vestita di bianco e ricami rossi canta la gioia del suo amore corrisposto, il tenore suo amato gli risponde gorgheggiando, sullo sfondo i ballerini si preparano per la troika finale. È un tripudio. Evviva la vita, evviva la pace.

Tommaso Merlo

 
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